"Sono un mostro. Proprio come te."
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| Paola Caruso - Foto di Maria Petrescu (Sed Non Satiata) |
| #iosonopaola |
"Mettimi come sigillo sul tuo cuore,
come sigillo sul tuo braccio;
perché forte come la morte è l'amore,
tenace come gli inferi è la passione:
le sue vampe son vampe di fuoco,
una fiamma del Signore!"
Cantico de' Cantici 8,6.
Questo è un esperimento letterario. Non so se alla fine potrà dirsi riuscito, diciamo che ci sto ancora lavorando, sia nella forma che nei contenuti. Per ora si potrebbe definire una sorta di modello di "Letteratura 2.0", ma non voglio osare troppo nei termini e nelle definizioni, almeno in un primo momento.
Quello che leggerete è comunque un numero zero, una prova, quindi tutti i consigli sono ben accetti, ovviamente.
Intanto leggete quello che segue, è un primo tentativo. Tutto il testo è scritto di getto, come se i dialoghi avenissero in una conversazione tendenzialmente reale; non ho quindi badato molto a particolari correzioni nella forma, nel testo o nella punteggiatura. La scrittura avviene direttamente tra due o più persone, utilizzando una semplicissima chat testuale; il testo viene quindi redatto come una sceneggiatura a più mani, trascritta però direttamente in tempo reale, in gran parte in forma di copione. Gli autori non sanno in principio nè cosa faranno/diranno, nè dove andranno a finire/parare, si parte semplicemente da un canovaccio iniziale, senza però sapere come si svilupperà l'intreccio; il tutto è quindi basato principalmente sull'improvvisazione (durante la scrittura), cercando sempre di mantenere un'ambientazione realistica in base al modello teatrale.
Che dire, intanto buona lettura.
Qualche giorno fa TabJuice ha prodotto un'infografica estremamente interessante a proposito della psicologia del social commerce, che noi abbiamo tradotto in italiano.
Si tratta di 6 euristiche, ovvero "regole mentali", accompagnate da esempi di vita reale ed esempi di utilizzo nel social commerce. I dati mostrano delle tendenze molto chiare, che i brand e i retailer possono sfruttare nell'implementare le proprie strategie per il social commerce.
Aiutare le persone a entrare in contatto laddove acquistano e acquistare laddove si connettono è una questione di insight, più che di tecnologia. La tecnologia è già disponibile: quel che è più difficile è far capire alle aziende il grande potenziale dietro un uso sapiente della tecnologia, nel momento in cui si sa come le persone la usano per fare acquisti.Mettere al centro il cliente, e non il prodotto, è fondamentale per riuscire a stare su questo mercato in rapidissima evoluzione.
I dati parlano da soli: se volete saperne di più, invito alla lettura dell'articolo di Paul Marsden in merito.
Maria Petrescu
| Alcune delle aziende più importanti che oggi utilizzano Facebook per vendere. |
Non dormo più. E se mi addormento mi sveglio in preda agli attacchi di panico. Ho paura.
Quel viaggio verso casa tua. Quella corsa, le scale, le gambe pesanti, la porta che si apre. Enzo che senza voce mi dice ‘Non c’è più’.
L’urlo di mamma: No. Maledetto. No.
Ancora tremo.
Il tuo viso, che Gianluca ha accarezzato. Il tuo viso sporco di sangue, che Gianluca ha pulito.
Mi alzo ogni mattina e inizio a cercarti. Tutto il giorno. La sera sono stanca, sfinita. Dove sei, Bigols, dove sei?
Ridatemela, vi supplico. Solo un po’, il tempo di abbracciarla ancora una volta, il tempo di dirle addio.
Con questo post Intervistato.com sbarca qui su Tumblr. Cosa è Intervistato.com? E’ un sito che propone interviste (ma non solo) realizzate in crowdsourcing, dove l’intervistato e le domande sono proposti dagli utenti. Diffondere la conoscenza partendo dal basso significa permettere una libera informazione. Questo per noi è social journalism, ed è quello che cerchiamo di fare. Su Tumblr, oltre a proporre i nuovi e i vecchi contribuiti dal blog, interviste, storify etc, cercheremo di postare o rebloggare quei contenuti che consentano uno sguardo sui fatti di casa nostra e del mondo, ma senza privarci dell’ironia di qualche uscita satirica o della profondità di una citazione d’autore e non. Se vorrete seguirci ne saremo felici.
Quando è agosto, le finestre sono chiuse, nel paese. Il ventre stanco del fiume è un respiro caldo, senza fame e sete. La verità che non si può scrivere si nasconde ladra nei vicoli del posto qualunque.
C’è una strada, di notte, che vomita parole. Dove tu sei di passaggio, come il giorno che va nel suo letto. Il rumore dei passi che fumano sigarette, nella voce incomprensibile di nessuno, che non legge, non parla. Quando è agosto.
Jacopo Paoletti.
Mi chiedo come sarà tutto questo tra neanche 10 anni. Se tutto quello che abbiamo scritto, detto qui dentro, sarà passato almeno come ciò che abbiamo taciuto.
Se sarà rimasto qualcosa, dietro le lettere vuote o le immagini stanche. Se questi byte sono stati davvero noi, o se è solo un riflesso, come tutte le cose, senza possibilità di reale memoria.
Lo penso mentre scrivo speranze di sogni sconosciuti. Mentre scrivo di me dentro la scatola senza contenitore. Mentre scrivo di noi, prima di dormire, come fanno i giorni.
Jacopo Paoletti.
La Resistenza
“C’è una campagna di denigrazione della Resistenza: diretta dall’alto, coltivata dal cortigiano. Il loro gioco preferito è quello dei morti, l’uso dei morti: abolire la festa del 25 aprile e sostituirla con una che metta sullo stesso piano partigiani e combattenti di Salò, celebrare insieme come eroi della patria comune Giacomo Matteotti, ucciso dai fascisti e il filosofo Gentile, presidente dell’accademia fascista, giustiziato dai partigiani, onorare insieme le vittime antifasciste della risiera di San Sabba e quelle delle foibe titine. Proposte da comitati di reduci che evidentemente non hanno mai sentito parlare dei lager in cui i fascisti, prima e dopo l’armistizio, hanno chiuso migliaia di cittadini colpevoli unicamente di essere di etnia slovena.” (Giorgio Bocca)
Jacopo Paoletti
foto: Marco Galardini
È aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero dello auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d’Italia.
Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti. e quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Faranno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, due lavatrici automatiche, tre apparecchi radio, il rasoio elettrico, la bilancina da bagno, l’asciugacapelli, il bidet e l’acqua calda.
A tutti. Purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera.
Io mi oppongo.
Vorrei poter scrivere, trovare del tempo. E’ un da un po’ che ci penso. E così sono passati anni, tanto da non ricordare più se nel frattempo ho fatto ciò che fosse davvero importante. Me lo ricordo la sera, quando torno a dormire, ed è come girare i pensieri, nel vuoto, delle parole non scritte.
Jacopo Paoletti.
Io ci penso, ogni tanto. A come sarebbe potuto essere; se avessi fatto questo o quell’altro. Se avessi fatto scelte diverse, ieri. E ascolto un pezzo tra quelli soliti. Di quelli che ognuno ascolta, quando deve pensare di pensare. E sono domande vuote, quando non hai risposte certe.
E più il tempo passa e più queste domande aumentano. E più il tempo passa, e meno persone trovo, con le vere risposte. Io ci penso, ogni tanto. Seduto sul divano, tra i punti interrogativi. Ci penso. Ma resta il solito pezzo.
Jacopo Paoletti.
La patria è la fede nella patria. Dio che creandola sorrise sovr’essa, le assegnò per confine le due più sublimi cose ch’ei ponesse in Europa, simboli dell’eterna forza e dell’eterno moto, l’Alpi e il mare. Dalla cerchia immensa dell’Alpi, simile alla colonna di vertebre che costituisce l’unità della forma umana, scende una catena mirabile di continue giogaie che si stende sin dove il mare la bagna e più oltre nella divelta Sicilia. E il mare la ricinge quasi d’abbraccio amoroso ovunque l’Alpi non la ricingono: quel mare che i padri dei padri chiamarono Mare Nostro. E come gemme cadute dal suo diadema stanno disseminate intorno ad essa in quel mare Corsica, Sardegna, Sicilia, ed altre minori isole dove natura di suolo e ossatura di monti e lingua e palpito d’anime parlan d’Italia.
Mentre ti leggo c’è un treno. Leggo di te e scrivo della storia che non pubblicheremo mai. È un libro dalla copertina gialla, dimenticato nella libreria del poeta notturno. Le pagine sono bagnate di umori, e di te che aspetti sulla soglia, con la fossetta che bacia uno strano sorriso.
Di te che aspetti, con la schiena inarcata e tesa a chiamarmi, che finisce divisa in due, come porta perfetta della casa nascosta, che non ho.
Di te che piangi e mi guardi, e dici parole invisibili, nel tuo silenzio stretto.
Impossibile è una parola, come lo è amore. Ci scorrono dentro i momenti, come dentro una frase, un periodo. Come binari inconciliabili.
Sono sul treno e scrivo, le nostre parole. Di te essenza, assenza. E ti cerco, dietro questo punto.
Jacopo Paoletti.
Urla la musica e l’asfalto sotto. Sono vivo ancora, mentre solo resto. Sono vivo ora, e questo basta per tutto.
Jacopo Paoletti.
I ragazzi che si amano si baciano in piedi
Contro le porte della notte
E i passanti che passano li segnano a dito
Ma i ragazzi che si amano
Non ci sono per nessuno
Ed è la loro ombra soltanto
Che trema nella notte
Stimolando la rabbia dei passanti
La loro rabbia il loro disprezzo le risa la loro invidia
I ragazzi che si amano non ci sono per nessuno
Essi sono altrove molto più lontano della notte
Molto più in alto del giorno
Nell’abbagliante splendore del loro primo amore.
Il problema è in ciò che il berlusconismo ha catalizzato, non tanto nel Berlusconi di questi 15, 20 anni. La deriva culturale di questo Paese (forse) era stata già preconizzata dall’ancora scomodo Pier Paolo Pasolini, profezia intellettuale mai realmente ascoltata, capita; probabilmente questo regime è solo l’ultima peggiore espressione dei nostri tempi: il prodotto, l’inevitabile risultato.
Tanto per citare Giorgio Gaber, che mi sembra sempre un’ottima sintesi: “Non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me.”
Nell’oggi relativo di questa piazza, quella analogica quanto quella mediatica, come la nostra, adesso, digitale, c’è ancora una possibilità, una speranza: passa per il pensiero, la conoscenza, ma soprattutto per la presa di coscienza.
Il mediterraneo, la Tunisia prima, e l’Egitto ora, hanno scelto. Scelto di tornare ad autodeterminarsi, ad essere una democrazia de facto, e non a portarne solo il nome, che è la nostra condanna che perdura in questo secondo Ventennio tutto italiota, dalle nuove forme ma dalle stesse sostanze, nell’ottusa assenza di una certa memoria storica.
Esiste un’Italia “normale”, ma diversa. Era dentro le sciarpe bianche, oltre i colori politici. Era donna, era uomo. Era pacifica. E’.
“Se non sono io per me, chi sarà per me? Se non così, come? E #senonoraquando?” (Primo Levi)
Jacopo Paoletti.
Ho sempre paura di non fare in tempo. A farle capire quanto hai amato, quanto è stato. C’ho pensato in auto, che potesse succedere. E non vedevo bene dal vetro, perché era sporco da troppi giorni; magari sarà la prossima rotatoria, ho pensato. Magari non ho avuto il coraggio io.
Poi ho fumato, ed era stanco, il cielo, da essere blu scuro, come in mezzo al petto. Ho fumato, e mi sono ricordato di quando era insieme. Ma non perché lo rivolessi di nuovo, perché è un bicchiere rotto tra le mani, tra i vetri e il sangue, che non si rimette insieme.
Ho fumato, e ti ho visto sul divano, di uno strano rosso, e c’era un film che non ricordo. Perché non era il film, ma ciò che si vedeva fuori, nel nero rotondo degli occhi. E quando mi dicono cose brutte, su di te, su di noi, io ho questo.
Questo mi fa passare tutto, anche ciò che non si è detto, o fatto. Anche ciò che poteva essere, e non è stato. Senza rinnegare. Senza ricordare. Come noi dentro una foto, tra quelle che non abbiamo scattato.
Non sono più, le mie parole. E ho guardato la stanza quadrata, che mi stringeva, e visto la tua. E i nostri limiti. Ti avrei chiamato per dirti queste cose, o forse altre, ma a che serve. A che serve. Non c’è ad ascoltare nessuno. Non c’è nessuno. La rabbia, la tua, ha mangiato tutto, il nostro passato. La rabbia.
Ho guardato calpestare tutto, senza un fiato. Perché ci sono tutte le mie colpe dentro, le nostre. Ho guardato calpestarmi senza importanza, senza senso. Non potrei lo stesso, e resto a guardare.
Mi siedo sull’angolo del mio letto, di questo letto, di un letto, di un altro letto. Inconsistente. E non ricordo più dove sono rimasto a dormire stanotte. Se eravamo noi, o se è stato solo un altro sogno. Se è finito un giorno o se era solo l’ultimo.
Jacopo Paoletti.
Ho fatto un sogno. Ed è stato come sognare, perché ero sveglio.
L’unico rumore erano i miei passi. Il freddo saliva dalla pianta dei piedi, sotto le scarpe, per prendersi dalle mani alla punta del naso.
Le case e la stazione. Le finestre sono chiuse come coperta per la notte. Tutte. Non cammina nessuno. Cammino io per tutti, che non ci sono. I minuti non passano. Non ho orologi; il telefono, muto, è scarico. Alla fine non servono. Non passano.
Potrebbe essere l’ultima. Cerco un posto per nascondere le mani, il viso. Cerco un posto per nascondermi. Tra le vie, c’è un sottopassaggio solitario, ed il portico del tabaccaio. Non solo il fumo, uccide. Le sigarette finiscono in fretta, insieme al resto.
Il calore, che perdo, ha il colore tiepido che esce dalla bocca. Mi lascia per sempre, per stanotte. Mi stringo dentro il cappotto, a chiudere le spalle, sotto il cappuccio, ai bordi delle guance.
È un deserto urbano, senza interruzioni. La luce del lampione irregolare. Tutto ha il sapore di pazzia, come è dolciastro il sangue che si emolizza in bocca.
Non c’è niente di umano, tra i capannoni, ed il cemento, il cotto dei giardini, della pietra medievale. I miei passi. Unico rumore sordo che non parla con nessuno. Rompono il tempo e lo spazio, senza senso, senza essere.
E non mi sveglio, perché non sto dormendo.
Poi ho pensato che avrei dovuto scriverne, se ne fossi uscito. E ho capito che non puoi riuscire, senza o sempre, a spiegare tutto, che ci sono situazioni in cui devi camminarci dentro, per capirle, che non puoi mettere delle parole in fila senza essere deriso.
Sulla superficie delle cose, ci si sente stupidi, come questa aiuola inghiottita dall’inverno, ora che è sceso il nero. Ci passo sopra, come faccio anch’io, come fanno con me. Nella leggerezza si può finire per uccidere, uccidersi.
Ed il sogno non finisce, non finisce. Il gelo mangia tutto: le lettere come i pensieri, senza potersi sedere.
È ancora notte: dentro o fuori da me è l’orizzonte, indefinita come l’alba, o il crepuscolo.
Silenzio. Arriverà domani, ancora. Con il primo treno delle 6.
Jacopo Paoletti.
Non c’è niente da cercare, quando ti sei perso.
C’è uno strano silenzio, nella testa, lungo questi viali, dove il traffico non parla.
Un silenzio fatto di assenza, un silenzio che asciuga le parole, sprofonda nel naturale esser soli. Un silenzio che non si fa toccare, che fa eco nell’angolo, proprio lì dove non ricordavi, che avevi dimenticato.
Ha chiuso la porta. Lungo le scale immagino che qualcosa finisca, che si interrompa tutto. La vita si spezzi su quei scalini, come la carta brucia, e finisce leggera, senza dare fastidio.
Ha chiuso la porta ed io non so più bene il giorno, se ieri o domani. Cosa posso aver perso, mentre sognavo. Se era in lei o semplicemente dormivo. Se era il mio letto, il suo, o se erano tante parole, in cui si cerca inconsistente un abbraccio.
Ha chiuso la porta, ed è come la doppia faccia della stessa barriera, in cui abbiamo chiuso le paure, i desideri. La tana in cui tutto inizia e finisce. Nella tristezza come nell’indifferenza.
Scale che non finiscono. Che sono oltre il portone, il cortile. Sono oltre me. Oltre te. In cui sono caduto.
Una signora mi guarda, alla fermata. Non c’è niente, non c’è nessuno. I viali tacciono. Forse non sono ancora sveglio. Forse non sono.
Jacopo Paoletti.
La vetrina di quel negozio, dove sciogli stipendi, è il letto di qualcuno, stanotte. È una camera senza mura, e un vetro in cui ricordarti di quanti strati è fatto questo mondo. Ermeticamente stagni, si guardano ignorandosi.
Fuma, all’ultimo posto del tram. Fuma e non si lamenta, non sospira. Se sei già affogato smetti di gridare. E ogni volta che il fumo scende, è annegare di nuovo, senza fiatare.
Nell’ultimo angolo del treno cittadino si respira il nero. Ha dei vecchi mocassini, ma li porta come degli zoccoli da infermiere, con il bordo sotto i talloni. È seduto composto, dentro il suo zuccotto ed il cappotto blu. Non è neanche troppo sporco o malvestito, abbastanza per essere invisibile. Guarda verso terra e batte le ciglia, in una dignità composta. Le linee della pelle intorno agli occhi sono incisioni, sono strade. Sono cantieri infiniti di una vita, irrisolti.
Fuma un mozzicone da qualche fermata, e gli occhi gli brillano nel freddo. Ogni tanto affonda nel suo blu fino alla bocca, a nascondere il mento. Fa dei movimenti piccoli, e lenti, per ricordarsi di essere vivo.
La notte non lo vede e lui non vede la notte. È una coperta che non scalda, un tetto che non ripara. È la casa di tutti in cui non abiterebbe nessuno. Illusi di essere uguali, solo perché si sta in piedi, dentro un paio di scarpe, spesso consumate.
Gli chiedo se è la fermata giusta, dove devo scendere, e mi guarda, come se fosse la prima volta che qualcuno lo vede davvero. Perché puoi guardare ma non essere visto. Semplicemente per non essere. Puoi sentirti niente se ti bagni di questo; cosa c’è di umano nel mio, nel suo sguardo. Forse umano non vuol dire nulla. Sono tante scatole dove ci si illude di mettere qualcosa, un significato, un’idea. Ma il vetro delle cose è in mille pezzi di fronte a ciò che è solo, senza rimedio, senza un senso. Come noi due, in mezzo ad altri soli. Stretti nei propri vestiti come nei sogni. Senza rimedio, senza un senso. Come uomini, e nuvole, vietate di fumo.
Fuori piove; forse no. Non sono solo stelle, che piangono, nelle camere senza soffitto.
Jacopo Paoletti.
Le lettere corrono sulla strada, sui binari. Le lettere diventano cose, persone. Esistono come un respiro. Sono un abbraccio che vengo a prendermi, stanotte, mentre dormi. Sono mani dallo smalto rosso. Dalla finestra c’è una città stanca e le luci accese, dietro i vetri. La stanza è buia, ed io mi siedo, solo, per guardarti.
Qual’è il limite. Se sono io, o sei tu. O la distanza tra la carne, che sussurra notturna, le nostre vere bugie.
Jacopo Paoletti.
Ho mal di testa. Scende il nero, nella stanza. È il vestito del mio Piacere. Chiara, come il mio Desiderio.
Il tempo ha una forma allungata. Sono mura vuote, piene di silenzio. Sono mura.
Il limite è un cartello con scritte le tue paure. Ed è appeso, sulla rete di cinta, le tue autoreggenti, forse.
C’è una poltrona, nell’angolo. Non ci sei, ma mi guardi. Ma non con gli occhi, nel filo della penombra, ma come sei seduta. Mi guardi con le gambe strette, serrate, accavallate. Sul tacco che è come un filo teso sulle cosce, a definirle. Mi guardi con le mani curate, con i dettagli. La curva della tua schiena invisibile. È il nostro eco notturno, fatto dalle nostre parole. Da sogni che sembrano brutalmente confezionati, come le porzioni per single al supermercato. Il quotidiano è sempre pronto a divorarmi.
Mi parli con le labbra che sento attorno, stringermi, e il mondo è nascosto nel sonno. Carne che urla, rossa naturale. È soffio da una telefonata, la notte e il giorno si confondono come puntuale poesia; di parole pesanti che diventano cose. La tua voce.
L’inconsistente prende peso mentre la realtà si appanna, dietro le barriere di vetro, dietro le finestre. La nebbia è dentro la camera e fuori l’azzurro, per una volta.
Ma il cielo è qui, ed io c’affondo dentro. Sulla poltrona della camera dimenticata, nel giorno qualsiasi.
Resto con la TV in sottofondo e l’iPhone, sul bordo del letto.
Jacopo Paoletti.
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E due più due fa sempre cinque.
Sei un tale sognatore
Da voler mettere a posto il mondo?
Io resterò per sempre a casa
Dove due più due fa sempre cinque
Giacerò lungo linee già tracciate
Mi mimetizzerò
Gennaio ha piogge d’aprile
E due più due fa sempre cinque
E’ il regno del diavolo, ora
Non c’è via d’uscita
Puoi urlare e puoi gridare
E’ troppo tardi, ormai
Perché
Non hai prestato attenzione
Prestato attenzione
Prestato attenzione
Prestato attenzione
Non hai prestato attenzione
Prestato attenzione
Prestato attenzione
Prestato attenzione
Non hai prestato attenzione
Prestato attenzione
Prestato attenzione
Prestato attenzione
Non hai prestato attenzione
Prestato attenzione
Prestato attenzione
Prestato attenzione
Cerco di cantare ma sbaglio tutto
Perché non sono capace
Perché non sono capace
Li schiaccio come mosche
Ma come le mosche, tornano a perseguitarmi
Perché non sono capace
Perché non sono capace
Tutti salutano il ladro
Tutti salutano il ladro
Ma io non lo sono!
Ma io non lo sono
Ma io non lo sono
Ma io non lo sono
Non mettere in dubbio la mia autorità, non mettermi sul banco degli imputati
Perché non lo sono
Perché non lo sono
Va’ dal re a dirgli che il cielo sta crollando
Quando non è vero
Quando non è vero
Quando non è vero
Quando non è vero
Forse no
Forse noRadiohead - 2+2=5
Jacopo Paoletti
Anche se questo Governo cadesse, i mediocri resterebbero comunque maggioranza nello stivale: ben ancorati nelle loro posizioni, vanificherebbero de facto ogni successivo (per quanto improbabile) sforzo collettivo.
Se però esiste una Rivoluzione possibile in questo Paese, essa dovrà essere almeno culturale (se non direttamente intellettuale): un Popolo infatti cronicamente ammalato di “neo-analfabetismo” non sarà mai in grado di strutturare una libera opinione (“conoscere per deliberare”), e nell’esercizio della democrazia troverà sempre chi saprà (in)degnamente rappresentarlo nelle sue peggiori virtù.
La protesta di Paola Caruso, giornalista precaria al Corriere della Sera, va avanti. Oggi sarà il suo quarto giorno di sciopero della fame.
ITALIANO
Sono Paola Caruso e questo è il mio terzo giorno di sciopero della fame.
Ho lavorato per sette anni per il Corriere della Sera, prima come freelance, poi come collaboratrice precaria.
Se ho iniziato la protesta è perché non voglio pensare di essere precaria a vita.
La mia situazione è disperata almeno quanto il mio gesto, ed è la condizione di tanti come me, che affrontano ogni giorno i miei stessi problemi senza nemmeno poterne parlare liberamente.E questo non riguarda soltanto l’editoria, ma la maggior parte dei settori dell’economia.
Quello che sto facendo non è soltanto per migliorare la mia condizione lavorativa o professionale, ma per rendere noto un problema diffuso quanto sotterraneo, che è quello del precariato in Italia.
Pertanto ho intenzione di andare fino in fondo, per l’affermazione di un principio costituzionale che per me è molto importante: il diritto di svolgere il proprio lavoro con la giusta dignità.
La mia voce oggi è solo una flebile voce, ma potrebbe diventare un grido, se condiviso, oppure morire nell’indifferenza.
Grazie per avermi ascoltata.
ENGLISH
My name is Paola Caruso and this is my third day on hunger strike.
I have worked for seven years in Corriere della Sera, at first as a freelance worker, later as a temporary employee.
I started this protest because I don’t want to remain a temporary employee for life.
My situation is desperate, as is my action, and it is the situation of many people like me, who face the same problems every day without even being able to speak about the matter freely.And this isn’t just about Publishing, it concerns many fields of the economy in my country.
What I am doing isn’t aimed to better my working or professional situation, it is aimed to highlight a problem which is as widespread as it is kept underground: the issue of temporary employment in Italy.
Therefore I am determined not to give up, for the achievement of a Constitutional principle which I believe is very important: the right of carrying out my own job with dignity.
My voice today is only a weak voice, but it could become a shout if it is shared, or it could die in indifference.
Thank you for listening.
DEUTSCH
Ich heiße Paola Caruso und das ist mein dritter Tag Hungerstreik.
Ich habe sieben Jahre lang für den Corriere della Sera gearbeitet, zuerst als Freelance, dann als Angestellte mit befristetem Arbeitsverhältnis.
Meine Situation ist mindestens so verzweifelt wie meine Geste, und entspricht der Lage von vielen anderen, die jeden Tag denselben Problematiken entgegentreten, ohne frei darüber sprechen zu können.
Diese Lage betrifft nicht nur das Verlagswesen, sondern die meisten Sektoren der Wirtschaft meines Landes.
Was ich mache, hat nicht so sehr mit meiner persönlichen Situation zu tun, d.h. mit meiner Arbeit, sondern mit den in Italien so verbreiteten befristeten Arbeitsverhältnissen.
Deshalb habe ich die Absicht, meine Ideen nicht aufzugeben, zur Bejahung eines Prinzips unseres Grundgesetzes, das für mich sehr wichtig ist, d.h. das Recht meine Arbeit würdevoll zu verrichten. Meine Stimme ist heute nur eine leise Stimme, aber sie könnte ein Schrei werden, wenn man mein Meinung teilte, oder in der Gleichgültigkeit sterben.
Ich danke allen, die mir zugehört haben.
Altri link:
- http://siamoprecari.pbworks.com/w/page/32550941/Paola-Caruso
- http://www.facebook.com/pages/Io-sono-Paola/161629773874383
- http://friendfeed.com/siamo-con-paola-caruso
Paola, un’amica precaria del Corriere della Sera, è in sciopero della fame e della sete per il suo posto di lavoro.
Sciopero della fame e della sete, le prime 24 ore.
Mi sento un po’ debole, ma sto bene. Oggi al telefono ho sentito qualche collega. Nessun altro. Al giornale lo sanno tutti e la direzione tace. Bene.
Spero che la mia protesta rappresenti la battaglia d’inizio di una guerra, la guerra dei precari che non accettano più di essere trattati da reietti.
Non so se riuscirò a far sentire la mia voce. Ci provo.
La citazione nel titolo è di Giuseppe Dessì.
California, United States of America, 1933
Capitolo 24 […] Il babbo e lo zio John stavano chiacchierando in un crocchio di uomini accoccolati davanti all’ufficio dell’amministratore. Il babbo diceva: <per un pelo non s’è trovato lavoro, oggi. Fossimo arrivati qualche minuto prima, ci prendevano. Ne avevano presi due proprio allora. E sapete cosa mi dice il padrone? Mi fa: ‘abbiamo ingaggiato dei lavoranti a venticinque cents; ne potremmo prendere altri, ma a venti cents; ditelo ai vostri compagni nell’accampamento’ >” Gli ascoltatori, accoccolati, si agitarono nervosamente. Un omone dalle spalle larghe, con un cappellaccio a larga tesa calato sugli occhi, si battè il pugno sul ginocchio ed esclamò: <Sempre la stessa storia, maledizione! E il male è che li troverà, prenderà dei morti di fame. Venti cents l’ora non bastano a sfamare una famiglia, ma quando si ha fame, s’accetta qualunque paga, piuttosto che niente del tutto. Se continua così, tra poco toccherà a noi pagare i padroni, per lavorare.> […]
[…]
Capitolo 26 […] <Sicuro, abbiamo fatto un dollaro e mezzo>. Un sordo silenzio riempì la tenda. Casey volto la testa verso l’ingresso, e guardò nel buio della notte. <Senti Tom,> disse infine. <Noi abbiamo lavorato nel ranch. Ci avevano preso a cinque cents. Eravamo in parecchi. Bè, ci hanno ridotto la paga a metà. E mica si può neanche mangiare con due cents e mezzo, e se poi ci son dei bambini…Così abbiamo protestato e loro ci han mandato via e ci han fatto piovere addosso un reggimento di sbirri . Adesso a voi pagano cinque cents, e va bene. Ma quando saranno riusciti a soffocare questo sciopero qui, ti credi che continueranno a pagare cinque?> <Non so,> disse Tom, < ora pagano cinque>.
<Senti Tom. Noialtri s’è provato ad attendarci insieme, e ci hanno dispersi come porci. Ci hanno picchiati. Ci hanno trattati proprio come porci. Ma anche voi vi hanno messo dentro come un branco di porci. Noi non possiamo continuare lo sciopero ancora per molto, c’è della gente che non mangia da almeno due giorni. Che fai, conti di tornare dai tuoi stasera?>
<Penso di sì>
<Allora racconta a tutti come stanno le cose, Tom. Fai capire a tutti quanti che ci fanno morir di fame noi, non solo, ma fanno del danno anche a se stessi. Perchè è sicuro, quant’è vero Dio, che appena fanno tanto di liberarsi di noi, abbassano anche a voi la paga a due cents e mezzo.> […]
John Steinbeck “Furore”, 1939
Pomigliano, Campania, Italia, 2010 (?)
[…]
Fabrizio Cappuccini
Facebook ha chiuso l’account dei Figli di Orwell.
Senza nessuna spiegazione, senza neanche un’email, il nostro account è stato chiuso. Siamo senza parole. Ringraziamo quanti stanno diffondendo la cosa e soprattutto quanti ci stanno dimostrando la loro solidarietà. In questo momento, molto sinceramente, non ho molte altre parole.
Jacopo Paoletti
Questa è la Mafia
“Perché una società vada bene, si muova nel progresso, nell’esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell’amicizia, perché prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere.” (Giovanni Falcone)
Jacopo Paoletti
Conoscere per deliberare
“Giustizia non esiste là ove non vi è libertà”. (Luigi Einaudi da “Il buongoverno”)
Jacopo Paoletti
Canzone del Maggio
“E se credete ora - che tutto sia come prima - perché avete votato ancora - la sicurezza, la disciplina - convinti di allontanare - la paura di cambiare - verremo ancora alle vostre porte - e grideremo ancora più forte - per quanto voi vi crediate assolti - siete per sempre coinvolti…”. (Fabrizio De André)
Jacopo Paoletti
La mia terra la difendo
“E’ arrivato il nostro momento, il momento degli onesti, che vogliono lottare per un cambiamento vero, contro chi ha ridotto e continua a ridurre la nostra terra in un deserto, abbiamo l’obbligo morale di ribellarci.” (Giuseppe Gatì)
Giuseppe Gatì è morto il 31 gennaio 2009. Lo celebra la Rete.
Giuseppe aveva 22 anni, lavorava nell’azienda del padre che produce formaggi di capra, non studiava all’Università.
Giuseppe Gatì è stato vittima di un incidente sul lavoro, nell’ovile di uno dei suoi fornitori nelle campagne di Naro (Ag) e non nell’azienda del padre com’è stato scritto più volte. La causa della morte è stata una scarica elettrica proveniente dalla vasca refrigerante del latte: aprendo il rubinetto per versare il latte negli appositi contenitori è rimasto folgorato. Sembra che fosse completamente solo. Solitamente quando Giuseppe andava presso quel fornitore, lo stesso si trovava al pascolo. E’ stato ritrovato da un uomo che porta il fieno in quell’ovile, il quale ha chiamato i soccorsi e il proprietario dell’ovile. All’arrivo dell’ambulanza i medici hanno provato a rianimarlo, ma ormai non c’era niente da fare. L’inchiesta è ancora in corso, ma non ci sono elementi che smentiscono l’ipotesi dell’incidente. E’ stato formulato il capo di accusa di omicidio colposo nei confronti del proprietario dell’ovile.
Proprio lui, che dal suo blog, aperto neanche un mese fa (“La mia terra la difendo”), lanciava le sue battaglie civili, invocava più diritti per tutti e si dichiarava “nato ad Agrigento, residente a Campobello di Licata e cittadino libero”. Proprio lui è morto di lavoro, sul luogo di lavoro. Vivendo, fino ad allora, “per combattere il servilismo che ogni giorno di piu’ avvolge il nostro Paese”, scegliendo di rimanere in Sicilia, “di non andare via anche se vivere qui è duro, durissimo”.
Minuto di statura, capelli scuri e occhi vivaci, diviene famoso il primo gennaio, quando Beppe Grillo gli dedica il primo post dell’anno, dal titolo “L’Italia rovesciata”. Grillo racconta il gesto, eclatante, di Giuseppe. Un ragazzetto piccolo, con a stento un po’ di barba sotto il mento, armato di telecamera, che d’un tratto si fa gigante e irrompe nel bel mezzo della presentazione di un libro cui è presente il sindaco di Salemi, Vittorio Sgarbi. Strattonato da un vigile, spintonato dai soliti in giacca e cravatta, guardato da una folla muta e sorpresa, Giuseppe inizia a urlare alla legalità: “Viva Caselli, viva il pool antimafia! Viva Caselli, viva il pool antimafia!”. Una bestemmia, quasi. In seguito verrà allontanato dalla forza pubblica, sequestrato, portato in Questura e rinchiuso in una stanza. Ci rimarrà più di un’ora e mezza.
E’ così, grazie a quel video che ben presto fa il giro della rete, che Gatì riceve l’onore delle cronache. Viene definito dallo stesso Grillo “un piccolo eroe, un fiore raro”.
Jacopo Paoletti
Atene
“Roma, città pesante. Atene, città leggera. Roma affonda. Atene prende il volo. A Roma ogni cosa è attirata verso il basso. Ad Atene tutto è attirato verso l’alto, palpita alato e occorre tagliare le ali alle statue, come i Greci lo fecero alla Vittoria, per impedire che prendano il volo.” (Jean Cocteau)
Jacopo Paoletti
foto: Life
L’Europa
“La democrazia ha molti nemici in attesa tra le quinte, politici e movimenti per il momento costretti a giocare secondo le sue regole ma il cui intento reale è tutt’altro – populista, di manipolazione mediatica, intollerante e autoritario. Conquisteranno molto spazio, se non riformeremo rapidamente le nostre democrazie. E non c’è ambito in cui questa riforma sia più necessaria che in seno alla stessa Unione Europea.” (Paul Ginsborg)
Jacopo Paoletti
La Televisione
“Il cliente, il pubblico, è un bambino di undici anni, neppure tanto intelligente.” (Silvio Berlusconi)
Jacopo Paoletti
No alla censura
“La lingua che si parla in Oceania si sta trasformando così in Neolingua, un nuovo linguaggio in cui tutte le parole hanno un’unica accezione che riducendo il significato ai concetti più elementari rende impossibile concepire un pensiero critico individuale. Con la creazione della neolingua il partito censura quindi l’utilizzo di molte parole, convogliando quelle sgradite (come ad esempio “democrazia”) nell’unico termine “psicoreato”: in questo modo diventa impossibile formulare, e a lungo andare anche solo pensare ad un argomento “proibito”. I semplici concetti che renderebbero discutibile l’operato del partito diventano inesprimibili. La stessa parola “psicoreato” va ben oltre il divieto di esprimersi, ma si spinge appunto a vietare anche solo di pensare in modo divergente dai dettami del governo totalitario sotto il Grande Fratello.” (1984 - George Orwell)
Jacopo Paoletti
foto: idea e scatto di Jacopo Paoletti - artwork di nome rimosso su richiesta dell’utente
Buon 1 maggio
“Come schiavi lavorarono gli animali per tutto quell’intero anno. Ma nel loro lavoro erano felici: non si lamentavano né di sforzi né di sacrifici, ben sapendo che quanto facevano era fatto a loro beneficio e a beneficio di quelli della loro specie che sarebbero venuti dopo di loro, e non per l’uomo infingardo e ladro.”
“Più di ogni altro, forse, il minatore può rappresentare il prototipo del lavoratore manuale, non solo perché il suo lavoro è così esageratamente orribile, ma anche perché è così virtualmente necessario e insieme così lontano dalla nostra esperienza, così invisibile, per modo di dire, che siamo capaci di dimenticarlo come dimentichiamo il sangue che ci scorre nelle vene.” (George Orwell)
Jacopo Paoletti
Libertà di stampa
“Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.” (George Orwell)
In tempi di menzogna universale, dire la verità diventa un atto rivoluzionario.
“Spacciare deliberate menzogne e credervi con purità di cuore, dimenticare ogni avvenimento che è divenuto sconveniente, e quindi, allorché ridiventa necessario, trarlo dall’oblio per tutto quel tempo che abbisogna, negare l’esistenza della realtà obiettiva e nello stesso tempo trar vantaggio dalla realtà che viene negata… Tutto ciò è indispensabile, in modo assoluto.”
“Raccontare deliberatamente menzogne e nello stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall’oblio per tutto il tempo che serva, negare l’esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile.” (Teoria e prassi del collettivismo oligarchico di Emmanuel Goldstein - da 1984 di George Orwell)
Jacopo Paoletti
“L’uomo è un animale addomesticato che per secoli ha comandato sugli altri animali con la frode, la violenza e la crudeltà.” (Charlie Chaplin)
Jacopo Paoletti (via nome rimosso su richiesta dell’utente)
video: Fluxus
Chernobyl/Černobyl’
“Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo.”
“Sa quando è stato costruito l’ultimo reattore in America? Nel 1979, trent’anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l’arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro e che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l’uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie.” (Carlo Rubbia)
Jacopo Paoletti
foto: Paul Fusco
(via silent-musings)
“Ho fatto ciò che 28 anni fa, davanti a Dio, avevo giurato di non fare più. Ho creato «qualcosa che uccide le persone». E in questo ho avuto successo. L’ho fatto perché, filosoficamente, sono favorevole al tuo scopo. Senza presunzione, questa è la mia spada migliore. Se nel tuo viaggio dovessi incontrare Dio, lo trapasserai.”
Hattori Hanzo - Kill Bill / Quentin Tarantino
fonte: Alberto Lisi (aka Hikari Kesho)
“Il culo è la faccia dell’anima del sesso.”
Charles Bukowski, Taccuino di un vecchio sporcaccione, 1969
via Marla Singer & Divara
“E in una carezza, in un abbraccio, in una stretta di mano a volte c’è più sensualità che nel vero e proprio atto d’amore.” (Dacia Maraini)
Foto di Livio Moiana (via sooshee)
“Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo.” (Johann Wolfgang Göethe)
“Que’ prudenti che s’adombrano delle virtù come de’ vizi, predicano sempre che la perfezione sta nel mezzo; e il mezzo lo fissan giusto in quel punto dov’essi sono arrivati, e ci stanno comodi.” (Alessandro Manzoni)
Le parole non ti possono salvare. Sono una vecchia puttana, lungo la strada: sempre pronta a venderti il grande amore, per quei pochi soldi, ma ad offrirti meno di un orgasmo veloce, per potersi rivestire in fretta. Ti svuota il portafogli prima, e forse anche dell'anima dopo, mentre sta colando ancora del tuo seme.
Perché poi resti di notte, sul muretto davanti casa, quello appena sotto al lampione. Con una sigaretta che fuma, ed i pensieri di nebbia. Dov'è giorno, e di nuovo notte, senza senso.
E le guardi scriversi mentre sono la mia vita, quella che vorrei comprare; quando sono l'illusione, che vorrei vendermi; condannate al sogno, che non potrò mai permettermi.
Jacopo Paoletti
Photo by Helmut Newton
Palcoscenico
sommerso,
di applausi
e guai.
Attori
mancati,
di silenzii
e sogni.
Jacopo Paoletti
Mangio alcool e fumo, per non ricordarmi chi sono. Sopra Termini i gabbiani piangono la mattina. Ombre di persone trascinate nelle vie luride di San Lorenzo. Le facciate dei palazzi sono bagnate dal Silenzio.
E' la pace dei vinti solitari.
I bar si risvegliano. Il tabellone delle partenze mi ricorda quante ore ci separano. Vorrei qualcosa di tuo a stringermi tra questi pochi sconosciuti. Quante cose non sa il mondo di noi. E' una vetrina stanca in cui si riflettono parole vuote.
Jacopo Paoletti
C'è il sole. Lo vedo dalla finestra. Mi tremano le mani, credo. Forse hanno ragione. E' tutto tremendamente stretto. Ho pensato un pò prima di scrivere. Ho aspettato tutto il silenzio di queste pagine, di questi giorni. Sento urlare di me nell'altra stanza. Qualche giorno a casa e sei già un ospite non gradito. Vorrei dirgli quanto è già difficile vivere con se, ma non sono capace e forse non capirebbero.
E' solo un po' di febbre, vorrei dirgli. Poi tornerò al lavoro e starete tranquilli. Gli direi questo, per farli stare bene. Si dicono tante cose brutte, scomposte. Una carezza fatta di parole non basta più, da scrivermi fra me.
Dovrei cambiare, mi dico. Sulle mie cose camminano altri con il loro indice severo. E un bel sorriso per tutti, già. Non mi ricordo cosa vogliano dire le sfumature. Ricordo che una volta ero solo triste, poi diventa tutto talmente nero che la luce resta una definizione. E non ne scrivi nemmeno, no. Non saprei vedere. Non c'è nulla da consolare.
Chi fa la vittima non piace a nessuno. E' un cadavere di cui disfarsi. Non li biasimo, perché vorrei fare lo stesso. Credo appaia in questo modo, quell'inutile malessere. Un sacco della spazzatura di cui tutti, a ragione, vogliano liberarsi. Ma io non mi lamento, ne scrivo solo per sopravvivere.
Ho letto di me. Poi non riuscivo a parlare e ho sognato che le ore passassero e bastassero a cambiare le cose al mio risveglio. Il tempo non sa guarire tutto come dicono.
Ho sognato un posto in cui ti guardavo e il resto spariva. Ed io sorridevo guardandoti. Un posto dove non è facile calpestare i sogni. Sincero, come a perdermi. E sorridevi, e mi parlavi di ciò che ancora non conoscevo. E io mi raccontavo della tua bocca.
E' tutto marcito in me. Vorrei dirtelo. Non so cosa, che vita darti, la mia è tutta malandata che vorrei esser diverso, almeno per te. Cerco di darti ogni giorno ciò che resta del mio abito buono. Spero ti piaccia, solo questo. Spero ti piaccia.
Jacopo Paoletti
Quanto vale la felicità? Contare i passi, le parole. Quanti amici, amori. Quanto amore. Qual è il prezzo da pagare? Quali e quante persone. Non ti vedo nel mio prossimo. Non ti vedo. Cieco e stanco, trascinadomi sul marciapiede, lancinante nel petto. La disperazione è chiarore urbano, luci continue fatte di strade e rumori sconnessi. Si aggrappa sui muri. Profonda metropoli nascosta. Volti scavati. E quasi buio.
Jacopo Paoletti
No alla censura
“La lingua che si parla in Oceania si sta trasformando così in Neolingua, un nuovo linguaggio in cui tutte le parole hanno un’unica accezione che riducendo il significato ai concetti più elementari rende impossibile concepire un pensiero critico individuale. Con la creazione della neolingua il partito censura quindi l’utilizzo di molte parole, convogliando quelle sgradite (come ad esempio “democrazia”) nell’unico termine “psicoreato”: in questo modo diventa impossibile formulare, e a lungo andare anche solo pensare ad un argomento “proibito”. I semplici concetti che renderebbero discutibile l’operato del partito diventano inesprimibili. La stessa parola “psicoreato” va ben oltre il divieto di esprimersi, ma si spinge appunto a vietare anche solo di pensare in modo divergente dai dettami del governo totalitario sotto il Grande Fratello.” (1984 - George Orwell)
Jacopo Paoletti
foto: idea e scatto di Jacopo Paoletti - artwork di Marla Singer
Chernobyl/Černobyl’
“Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali. Si può parlare, semmai, di un nucleare innovativo.”
“Sa quando è stato costruito l’ultimo reattore in America? Nel 1979, trent’anni fa! E sa quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dal governo, dallo Stato, per mantenere l’arsenale atomico. Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro e che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l’uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie.” (Carlo Rubbia)
Jacopo Paoletti
foto: Paul Fusco
Festival Internazionale del Giornalismo (Perugia, dal 21 al 25 aprile 2010)
“Se la libertà di stampa significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire.” (George Orwell)
“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. […]” (Articolo 21 della Costituzione italiana)
Jacopo Paoletti
Venerdì 16 Aprile, dalle 21, i Re del Popcorn sono ospiti al programma radiofonico di Radionation: Due imperfetti sconosciuti di Scorti&Assimo.
Per ascoltarci: http://radionation.it:8080/listen.plsPer chattare: http://bit.ly/chatrn1Link dell’evento: http://www.dueimperfettisconosciuti.net/dis/archives/252———
———
Cazzeggio allo stato brado. Vi aspettiamo.
Prescrizione non è assoluzione
Il 3 dicembre 2009, Facebook decide di chiudere il mio account. Non vengo mai a sapere ufficialmente la motivazione, nonostante le mie ripetute richieste al loro staff via email. Quello che so è che il mio ultimo post in bacheca, poco prima della chiusura del mio account, fu il seguente:“Berlusconi è stato prescritto con reato commesso”.Oggi in Italia, il prossimo ad essere censurato, potresti essere Tu.
Prescrizione non è assoluzione.
E’ ancora possibile decidere di non restare a guardare.
Le parole hanno un significato, riprendiamocelo.
Giovedì 6 maggio 2010 alle ore di 18:00 anche i Figli di Orwell saranno davanti alla sede della Rai di Roma con Valigia Blu e Arianna Ciccone, per affermare il diritto alla libera informazione, in primis sulla TV pubblica pagata con i soldi di tutti gli italiani.“Ci incontreremo là, dove non c’è tenebra.”
(O’ Brien in sogno a Winston Smith - tratto da 1984 di George Orwell)Jacopo Paoletti
Noi siamo con Emergency
Sabato 10 aprile militari afgani e della coalizione internazionale hanno attaccato il Centro chirurgico di Emergency a Lashkar-gah e portato via membri dello staff nazionale e internazionale. Tra questi ci sono tre cittadini italiani: Matteo Dell’Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani.
Emergency è indipendente e neutrale. Dal 1999 a oggi Emergency ha curato gratuitamente oltre 2.500.000 cittadini afgani e costruito tre ospedali, un centro di maternità e una rete di 28 posti di primo soccorso.
Firma l’appello di Emergency anche tu!
Jacopo Paoletti
foto: Vauro
“Se vuoi un’immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano — per sempre.” (O’Brien - 1984 - George Orwell)
Jacopo Paoletti
foto: Marla Singer
Epilogo.
Le vere domande e le vere risposte non sono fatte di parole, ma di azioni, di gesti. Eppure ogni cosa fatta la si paga in ansia, in insuccesso e, se tutto va bene, in nostalgia.
(Fabrizio De Andrè)
Saving Lives Is Not A Crime
“Oggi pare vietato esprimere critiche politiche puntuali. Chi ci prova viene messo alla gogna o la sua identità viene stravolta. Guardi al mio caso: per decenni passavo per una disfattista a causa del divorzio e l’aborto, ora i giornali del Cavaliere mi chiamano Santa Maria Coretti, parruccona, torquemada… Ma tutto questo a me pare solo un segno di debolezza e di nervosismo.”
(Emma Bonino da Il Napoli, 3 giugno 2009)
fonte: Wikiquote
Nel novembre 1990, per denunciare la legge americana che richiede la prescrizione medica per la vendita di siringhe, si fa arrestare a New York, città in cui si trovano 175.000 tossicodipendenti, mentre distribuisce siringhe sterili. È stato uno dei suoi molti arresti per disobbedienza civile.
fonte: Wikipedia
Jacopo Paoletti
La tua Libertà dipende da Te
E’ da anni ormai che in Italia si parla di libertà di espressione. Non è sicuramente un argomento di attualità, per quanto risulti una questione che viviamo sempre più sulla nostra pelle. A tal proposito mi viene da riportare una lettera di un libero cittadino inviata a “La Repubblica” qualche giorno fa e citata anche durante una recente manifestazione pubblica:
Gentile Augias, sono un cittadino dell’Italistan. Vivo a Milano 2, in un palazzo costruito dal Presidente del Consiglio. Lavoro a Milano in un’ azienda di cui è azionista il presidente del Consiglio. L’assicurazione dell’auto è del Presidente del Consiglio, come l’assicurazione della mia previdenza integrativa. Compro il giornale, di cui è proprietario il Presidente del Consiglio, o suo fratello, che è lo stesso. Vado in una banca del Presidente del Consiglio. Esco dal lavoro faccio spese in un ipermercato del Presidente del Consiglio, dove compro prodotti realizzati da aziende partecipate dal Presidente del Consiglio. Se decido di andare al cinema, ho una sala del circuito di proprietà del Presidente del Consiglio dove guardo un film prodotto e distribuito da una società del Presidente del Consiglio (questi film godono anche di finanziamenti pubblici elargiti dal governo presieduto dal Presidente del Consiglio). Se rimango a casa, guardo la TV del Presidente del Consiglio con decoder prodotto da società del Presidente del Consiglio, dove i film realizzati da società del Presidente del Consiglio sono interrotti da spot realizzati dall’agenzia pubblicitaria del Presidente del Consiglio. Faccio il tifo per la squadra di cui il Presidente del Consiglio è proprietario. Guardo anche la Rai, i cui dirigenti sono stati nominati dai parlamentari che il Presidente del Consiglio ha fatto eleggere. Se non ho voglia di TV, leggo un libro, la cui editrice è di proprietà del Presidente del Consiglio. È il Presidente del Consiglio a predisporre le leggi approvate da un Parlamento dove molti dei deputati della maggioranza sono dipendenti e/o avvocati del Presidente del Consiglio, il quale governa nel mio esclusivo interesse. Per fortuna! (Antonio Di Furia)fonte: La Repubblica del 26 febbraio 2010 a pagina 44
Al di là di chi sia il Presidente Del Consiglio e di quale sia la sua (o la tua) provenienza politica, se anche tu hai la nausea di tutto questo e soprattutto se anche per te è ancora importante poter continuare a dire ciò che pensi:
- Diffondi questo semplice post: sul tuo profilo Facebook, sul tuo blog, o più semplicemente su Internet;
- Scatta una foto come questa sopra e diffondila sul Web: incrocia le braccia davanti alla tua bocca in segno di protesta, prima che qualcuno ci imponga definitivamente il silenzio!
Siamo persone libere e tali rimarremo sempre. Ma questa realtà è diventata “ambiente”, e la mancanza di consapevolezza è la gravità più allarmante per un qualsiasi Paese democratico, come almeno “dovrebbe” essere il nostro.
Il Grande Fratello è reale e attuale, ma insieme possiamo ancora provare a dire “Basta!”, partendo da piccoli gesti come questo.
La libertà consiste nella libertà di dire che due più due fanno quattro. Se è concessa questa libertà, ne seguono tutte le altre. (1984 - George Orwell)Questo è un messaggio di Libertà. Facciamo in modo che non sia l’ultimo. Dipende anche da te.
Filippo Piccini & Jacopo Paoletti
Art. 19 - Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948:
Ogni individuo ha il diritto alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.Art. 10 - Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali ratificata dall’Italia con l. 4 agosto 1955, n. 848:
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione. Tale diritto include la libertà di opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche e senza limiti di frontiera.2. La libertà dei media e il loro pluralismo sono rispettati.Art. 21 - Costituzione della Repubblica Italiana del 1948:
Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure.foto: scatto di Jacopo Paoletti - soggetto e ritocco di Marla Singer
“Al futuro o al passato, a un tempo in cui il pensiero è libero, quando gli uomini sono differenti l’uno dall’altro e non vivono soli…
A un tempo in cui esiste la verità e quel che è fatto non può essere disfatto.
Dall’età del livellamento, dall’età della solitudine, dall’età del Grande Fratello, dall’età del Bipensiero… tanti saluti! (Winston Smith)”
(1984 - George Orwell)
Jacopo Paoletti
video: Pixel Nitrate
Mangio alcool e fumo, per non ricordarmi chi sono. Sopra Termini i gabbiani piangono la mattina. Ombre di persone trascinate nelle vie luride di San Lorenzo. Le facciate dei palazzi sono bagnate dal Silenzio.
E’ la pace dei vinti solitari.
I bar si risvegliano. Il tabellone delle partenze mi ricorda quante ore ci separano. Vorrei qualcosa di tuo a stringermi tra questi pochi sconosciuti. Quante cose non sa il mondo di noi. E’ una vetrina stanca in cui si riflettono parole vuote.
Jacopo Paoletti