Ci sono dei momenti in cui non devi scrivere. Perché il silenzio deve parlarti. E' un pensiero fatto di mesi, come un urlo che non ti fa dormire. Le ore non hanno un peso, una durata. Tutto scorre come oggi, ieri o domani. Il tempo è assente come il suo significato. Essere qui o non esserci si elide, come vuoto perfetto.
Il ricordo. Mi aggrappo al ricordo. Per non fare e non farmi male.Non accettavo che si potesse cancellare. Quando dormi in un letto che non sa solo di te. Per mesi, anni. Quando hai pianto e riso insieme. Lontani o dentro degli abbracci. Quando sei stato vita per qualcuno, ed hai vissuto ciò che era vita per te. Quando hai stretto te fra le mani, nelle mani dell'altro, mentre gli occhi si baciavano già prima della bocca. Quando hai solo sognato cose insieme. Anche stupide, come cucinarsi un piatto di pasta o lavare i piatti che sono lì da giorni, tra le nostre risa, e la spazzatura ancora da buttare. O i progetti di una vita. Dell'affitto. Della casa da comprare, per non dare i soldi a questo o a quello. Dell'IKEA che è l'unico minimal che potevamo permetterci. Dei treni infiniti, che tengono tutti lontani. Della carrozza numero 5, mentre aspetti il caffè e la sua stazione. Dalle sigarette che si fumano fuori da un portone, o su un balcone verso il mare. Per aspettare. Per aspettarti.
E ho fatto reset. Per tre volte. Cambiando solo i loro nomi, insieme alle città. Roma. Bologna. Padova. Senza pace. Senza vergognarmi. Senza voce. Senza luce.
La prima volta durò quasi 5 anni. Fui il suo primo "vero" ragazzo, diceva lei. La ragazza dalla porta accanto, direbbe qualcuno: il viso sempre pulito, trucco leggero, quasi inesistente, difficile vederla senza un paio di scarpe sportive. Quando sei perfetta, ti si nota anche senza virtuosismi; solo che lei non ha mai saputo della sua naturale bellezza, e probabilmente ancora non lo sa. Odiava vedermi dietro ad un Mac o un PC. Di Internet e social network non voleva proprio saperne, quasi un digital divide per scelta, perchè diceva sempre che "una pizza voleva mangiarsela con persone vere". Negli anni ammetto di aver saputo apprezzare questa affermazione che forse allora non capivo.
Sono sempre passato per quello vissuto con lei, anche se fino al giorno prima non sapevo allacciarmi nemmeno le scarpe da solo. Una gatta mora dai grandi occhi verdi, e il suo sorriso bianco, com'è brillante solo la purezza e l'onestà. Di chi non conosce il tradimento o la bugia. Che ti guarda come se fossi Dio, quando sei al volante, quando invece sei semplicemente sul divano e guardi la TV.
O quando sorride ai fornelli, perchè prepara qualcosa per te, sentendosi importante per quella parmigiana con dentro il cuore. E mi sorride mentre la mangio contento. E il nostro nido è una casetta al mare, dopo il mio lavoro di un tempo: l'ennesima notte in un datacenter, dove aumento e perdo chili senza un perchè, forse per stress, dentro i suoi occhi preoccupati, di chi non ti lascia mai solo. Eravamo ad un passo dalla convivenza, un'attività insieme. Poi un mutuo per acquistare l'ufficio, entrambi giovanissimi, senza garanzie, ma apparentemente senza dubbi. Decisi, determinati. Convincevamo tutti, anche noi stessi. Senza sapere, e forse senza conoscerci.
Le ultime notti ricordo che piangeva. Perché quando ami è una simbiosi e non serve parlarsi. Come ci si sente quando chi hai amato piange?
Com'è una stanza buia mentre il silenzio si rompe impreciso tra i singhiozzi di chi ti abbracciava fino a ieri.
Neanche quando vedi la legna ardere credi che poi diventi quella polvere, fatta di cenere.
Successe in macchina. Le dissi che era finita. Non servono dei tatuaggi. Ci sono degli occhi che non puoi più dimenticare.
Mi ricordo solo delle fitte. E' un dolore che ti deforma. Come il mare fa con i sassi. Li vedi levigati, duri, e pensi che sia stato indolore. Nonostante la sabbia sia solo ciò che resta e si perda a vista d'occhio in ogni direzione.
A lei debbo tutto. E' stata la mia principessa. Mi ha insegnato la dignità del dolore. Ad amare senza volere nulla in cambio, senza aspettarsi nulla. Mi ha insegnato a non odiare, e non odiarmi per ciò che sono. Ma forse non sono riuscito ad imparare nulla.
Lei mi ha permesso di restare in piedi, di credermi vivo, nonostante tutto. Mi ha rimesso sulle mie gambe, quando ero caduto. Non sono stato in grado di ringraziarla. Nessuno la merita, ed io per primo. Sono angeli in prestito che ti asciugano gli occhi, e che sono l'unico vero dubbio su un Dio possibile, oltre tutto questo nero.
Poi ci fu Second Life. E incontrai lei, anche se passò tanto tempo prima che questo avvennisse realmente. Per mesi le nostre conversazioni furono fatte solo di testo dentro una chat. Ma non fu mai amore. Potrei definirla una proprietà. Era un rapporto caricaturale, morboso, fatto di pretese che portassero tutto al limite. Ubbidienza e rigore. In ogni singolo aspetto. Nel linguaggio, nel vestire, nel modo di essere. Fu come forgiarla sui miei desideri.
Ho conosciuto tutte le tipologie di alberghi. Quelli senza asciugacapelli. Quelli con la doccia idromassaggio. Spesso mi bastava chiamarla e lei si attraversa tutta l'A1 in 6 ore: arrivava sotto casa, quasi meglio di un servizio in camera. Ed era oggettivamente perfetta. Si laureò in scienze della comunicazione. Scontatamente bilingue. Ma scelse di fare la scuola di estetista. Fu una strana fusione fredda con il suo essere esteta. Lo stereotipo si mescolava quasi a un porno. L'immaginario diventava realtà. Scarpe vertiginose nelle hall e calze a rete. Vestiti stretti, quasi inesistenti. E la fissazione per il nero. Ricordo una volta di aver visto il suo armadio aperto e dentro un'unica macchia di colore indistinguibile.
Il sesso era il modo per dimostrarci quelli che dovevano essere in qualche modo i nostri "sentimenti". Tutto si annullava in quelle stanze, diventava inferiore. Il possesso annientava ciò che eravamo, rendendoci diversi, speciali, in qualche modo illudendoci unici. Ma fuori da quelle porte eravamo uguali agli altri, se non peggio.
Si faceva inculare a sangue. Le donne delle pulizie, la mattina fuori dalle stanze, bisbigliavano di noi vedendoci uscire. Ne godevamo e per noi era un orgasmo che durava ancora ore, anche se non ce lo siamo mai realmente detti; anche fuori da quell'ano stretto, il pensiero continuava a pulsare dentro le nostre teste.
Lei adorava farsi riempire. Mi ricordo come tremasse intorno al mio sesso in quell'istante: appartiene a quelle cose che sono molto complesse da scrivere. Mugolava come chi ha un dolore continuo e non riesce a starsene zitto, e la sua era come una ferita sempre aperta che colava calore umido.
Poi lei iniziò a pretendere qualcosa di diverso, ed era comprensibile. E le maglie iniziarono a sfibrarsi. Ma con fatica. Il sesso era un legame talmente forte da rendere ogni rottura scomoda, per entrambi.
Quando decise di rompere definitivamente con me erano già passati mesi di mia astinenza forzata, e quell'amore che fu forzatamente non corrisposto divenne una sorta di suo odio, che divorò tutto. Anche i nostri progetti insieme, dentro il metaverso. Fu inevitabile.
Sbagliai tutto sul piano personale. E lei sbagliò con me.
Ma Second Life mi portò il regalo più bello. Figlia e nipote di artisti. Laureata in Cinema. Fotografa. Ogni cosa di lei mi portava all'arte, di cui lei stessa era opera non riconosciuta di Lynch. La sua infelicità era direttamente proporzionale alla sua creatività. Non ho mai visto tanta novità nei pensieri di nessuno. Ed è difficile vederne nel nostro secolo, in generale. Un mash-up, un cocktail, difficile da organizzare nella testa, tra le mani. Da gestire. Un potenziale, come una reazione atomica, senza un reattore che la potesse realmente contenere. E poi due sfere nere come la sua lunga criniera. Morbida e burrosa nelle linee e nelle curve, bianca come il latte.
Ci siamo letteralmente fusi, dentro ogni prim, ogni scatto, ogni parola, ogni pensiero.
Costruivamo il nostro mondo a modo nostro, anche se questo non ci capiva, non ci riconosceva. Contro tutto e tutti. E forse ci piaceva. Mi piaceva.
Skype, eterno compagno di lunghe notti. Di risate, di litigate infinite. Di pianti ed eterni perdoni. Era come tirare la corda ogni giorno, tra noi due. E non vinceva mai nessuno, entrambi doloranti e sconfitti.
Lei mi portò su Flickr. Mi chiusero l'account. Io la portai su Facebook. Le chiusero l'account. Eravamo troppo anche lì. Poi FriendFeed, che ci ha visto lasciarci facendoci male, come nelle peggiori soap.
L'ho amata davvero. Anche se a modo mio. Sbagliando come sbaglia chi prova ad essere se stesso. Ho cercato di non mentirmi, per una volta, ma soprattutto di non mentirle. Ma non mi ha mai creduto. Ed io non sono mai stato in grado di darle le sicurezze che meritava.
Di lei e per lei ho scritto tante parole, ma mai abbastanza rispetto a quelle che ho vissuto.
Ho due ricordi, di noi.
Quando le misi in mano la scatola della D90 nuova. L'ho vista felice. Ed era tutto. Non avevo bisogno di altro. Un oggetto, qualunque fosse stato il suo valore, lei lo meritava. E non so scriverne, di questo. Perchè anche certi sorrisi sono più indelebili di qualsiasi scritta sulla pelle, e nessuna foto, neanche quella fatta di parole, può farli rivivere. Sentirsi importante per qualcuno, pensare di riuscire a far felice la persona che ami, è la quadratura del cerchio, la perfezione. Solo che ti illudi che sia per sempre.
Su un divano rosso ci facemmo una promessa per la vita, che qualsiasi cosa fosse successa, l'altro ci sarebbe stato. Ed io ci credo ancora a quella promessa, perchè se hai amato qualcuno, hai comunque il suo nome addosso.
Fu l'ultima sera, prima di tornare a Roma per l'ultima volta. Discutemmo prima di metterci a letto. Ed io non risposi come al mio solito. Mi ricordo che lei si addormentò ed io rimasi a guardare una fessura della persiana per tutta la notte. Le stesse fitte in mezzo al petto. Pensavo di morire, ma non volevo svegliarla, perché non avrei saputo spiegare.
Poi una sera di maggio mi lasciò. E tutto successe velocemente, senza che nessuno potesse realmente controllarlo.
Non mi parla più. Tutto è rientrato in uno strano formalismo, fatto di pretese, di chi vuole strumentalizzare anche una storia che finisce, di chi si mette in mezzo, quando dovrebbe fare solo un passo indietro, almeno per rispetto di qualcosa che muore, che nemmeno si conosce. Un funerale al quale non si è invitati. Ma pretendo troppo, ed è solo un inutile sfogo, il mio.
Al tempo il diritto dovere di dare spazio alle vite, anche divise. Per crescere, per rinascere. Per illudersi che questo sia in qualche modo possibile, di nuovo, un'altra volta.
Probabilmente qualcuno si sentirà in dovere di mettere il suo, di punto. Ma niente può cambiare ciò che è già cristalizzato. I sospiri vissuti sono già parte dell'eterno, inamovibili, incastonati nel caos del destino.
E poi io non so cosa stai pensando, tu, ora. Queste righe costano meno di uno psicanalista, e forse lo faccio per questo. Forse non voglio dimenticarmi ciò che sono. Voglio tornare un giorno, tra anni, e rileggermi. Piangere e ridere, e ricordarmi di me, di loro. Di ciò che sono potuto essere e che non sarei mai stato senza.
Mentre tutto viene inghiottito nel nero dell'Ego.
Perché bastano anche solo tre lettere. Ed oggi sono le mie. Le nostre.by Jacopo Paoletti